giovedì 20 dicembre 2007

La mossa successiva

La dottoressa Weawer ha parlato prima di me. Ho trovato il suo intervento sulla formazione dell'acqua sulla terra ricco di spunti e di nuovi approcci metodologici. E poi la Weaver è bella, di una bellezza rara e raffinatissima. In questo caso è stato molto difficile per me separare l'aspetto scientifico da quello emotivo. Abbiamo bevuto assieme un pessimo caffè durante il coffee break. Guardandola da vicino ho notato che ha un sottile anello giallo attorno alla pupilla dei suoi splendidi occhi azzurri. Sono riuscito a macchiarmi la camicia. La formula di oggi è: Rateh Al Saphuzh 899. Chi mi segue ha avuto la seconda informazione per la mossa successiva ma non sarà facile.

martedì 18 dicembre 2007

Gelo a Narbonne

Lungo il canale che attraversa la città. Il vento umido gela le ossa.
Sono qui per un convegno sull'origine dell'acqua sulla terra. Questa sera dovrò leggere la mia relazione davanti a un pubblico di illustri colleghi d'oltreoceano.
Se devo essere sincero, sono molto nervoso. In tutti questi anni non sono mai riuscito ad abituarmi a parlare in pubblico. Ma so che può aiutarmi la parola chiave di oggi: Seth Abeth 877.

giovedì 13 dicembre 2007

Scrivere

Scrivere mi dà noia. È qualcosa di molto faticoso e noioso. Ne percepisco l’assoluta inutilità. È così assolutamente riduttivo. Non c’è necessità di aggiungere parole ad altre parole e metterle in fila l’una dopo l’altra. Vorrei che tutti voi ve ne rendeste conto.
Non capite? E’ pieno, strapieno, stracolmo di gente che non fa altro dalla mattina alla sera che mettere in sequenza parole dopo parole, che le pubblica ovunque possibile, che invade ogni spazio visibile e udibile di parole, frasi, periodi, titoli, sottotitoli, paragrafi, capitoli. Gente che non si pone minimamente il problema di quello che dice, che non si domanda se quello sia davvero indispensabile dirlo o che interessi qualcuno. Nessuno che si preoccupi di sapere se quello che sta dicendo sia o non sia stato già detto o scritto da qualcun altro prima di lui. Perché per scrivere bisognerebbe prima leggere e nessuno legge, o se per caso legge, non legge abbastanza, o se legge abbastanza, legge o ha letto i libri sbagliati.
Il mondo sta sprofondando in un blaterio indifferenziato, in un magma ribollente di parole che si accavallano ad altre parole in un discorso senza capo né coda, strati di parole come strati geologici, granuli indifferenziati privi di ogni senso logico che si accumulano come polvere sulle cose che ci circondano nascondendocene il significato.
Per parlare o scrivere di qualcuno o qualcosa bisogna che la cosa di cui parliamo, l’oggetto della nostra osservazione sia deprivata di ogni suo aspetto emotivo e emozionale. Che cioè non provochi sentimenti o emozioni in grado di distrarci o distoglierci dal suo nucleo più profondo e nascosto. Le emozioni ricoprono i fatti, le cose e le persone di una sostanza gommosa e appiccicosa che ce ne occulta la superficie. Superficie che a sua volta nasconde il nucleo più profondo della realtà dell’esistente.

martedì 9 ottobre 2007

La paura dell'anchor

Mi sono fatto beffe dell'anchor. L'uomo si irrita sempre di più, sente qualcosa di strano, si sta accorgendo che qualcosa gli sfugge nella trasmissione. Si sente braccato al punto che evita di leggere i messaggi che lo potrebbero mettere in crisi e li passa all'ospite di turno. A volte guarda in macchina pensando di guardare il suo nemico negli occhi e io sono lì, implacabile che reggo il suo sguardo catodico. So che lui in qualche modo mi percepisce, e sento che ha paura.

giovedì 4 ottobre 2007

L'anchor piccato

Sono riuscito a manovrare l'uomo della televisione, l'anchorman famoso, il personaggio che ha fatto epoca. Sono riuscito a fare in modo che mi guardasse negli occhi, seppure attraverso l'obiettivo della telecamera, e mi redarguisse con toni alterati per quanto avevo insinuato sulla palese falsità di alcuni ospiti della sua trasmissione. E' stato un momento epico e alquanto strano, certamente da approfondire nei suoi aspetti tecnici e anche psicologici. Mi sono fatto due risate, comunque.

lunedì 1 ottobre 2007

Sono ovunque

E anche oggi mi sono calato nelle mie 18 diverse identità e ho scorazzato per il web intervenendo in diretta in alcune trasmissioni televisive. La mia liquidità è una liquidità numerica in tutti i sensi: sono molteplice ma sono anche fatto di bit che scivolano nei cavi delle reti. Sembra un paradosso: sto fermo davanti a una tastiera ma vado ovunque voglio in un istante.

giovedì 27 settembre 2007

Oggi non è oggi

In realtà oggi non è oggi. Questo banale meccanismo dei blog che immettono la data in modo automatico è fonte di continua falsificazione. Io quello che ho pubblicato il 20 settembre l'ho in verità scritto dieci anni fa, e non credo nemmeno che fosse settembre. Senza contare il fatto che io non sono io, non lo sono mai stato e tantomeno lo sarò adesso. Sono un derivato, il mio io è derivato e anche alla deriva e in balìa di fatti e circostanze. Scrivo adesso (ma quale adesso?) da un buio ufficio di una oscura azienda dalle opache finalità. Ma chi sono io per dirlo visto che non posseggo un io e che, soprattutto, sono liquido?

giovedì 20 settembre 2007

Arianna e lo zucchero nel caffè

Non so oggi nemmeno se Arianna sia mai veramente esistita, o se non sia soltanto stata un parto della mia fantasia, una creatura dei miei sogni, o un lungo spiacevole incubo durato anni. Che cosa mi resta oggi di lei? Frammenti di immagini in brevi sequenze, ricordi tattili, oh sì, come era morbida e liscia la sua pelle...

Aveva i capelli neri e gli occhi azzurri. Ma erano proprio azzurri? Nelle fotografie sembrano azzurri, chiari lo erano certamente. Ma sì che erano azzurri, sì, adesso ne sono sicuro. Sì, erano azzurri. Era alta, le gambe lunghe. Portava la quinta di reggiseno. Aveva sempre troppi maschi attorno e questo era un bel guaio e un comprensibile motivo di sofferenza per me.

La sera in cui mi resi perfettamente conto di esser al centro di un cammino che partiva dal nulla di fatto e correva verso un nulla da fare, era approssimativamente – perché i ricordi sono sempre approssimativi – il giorno in cui fu chiaro che tra di noi (forse sarebbe meglio dire tra me e lei) tutto era finito.

Era una sera di primavera, quelle sere nelle quali senti che l’aria sta cambiando, che ancor prima dell’odore sta cambiando il suo sapore, il suo gusto. Nella notte ancora fredda si fa strada una brezza che viene da lontano, carica di aromi noti ma da tempo dimenticati.

Ero sceso dal suo appartamento all’ultimo piano e avevo aperto il portone per uscire nei portici della piazza. Leggero, oh come mi sentivo leggero e con uno strano freddo nel petto, simile a una lama di ghiaccio piantata tra i polmoni. L’alito fresco della primavera in arrivo mi investì in pieno viso.

Non c’era nessuno per le strade, era notte fonda, forse le due del mattino e non avevo nessuno da cui andare, nessuno con cui parlare, niente. Non avevo soldi per fare benzina e andare in campagna nella vecchia casa sulla collina dove avrei potuto ascoltare il ronzio delle mie orecchie e i mille suoni inspiegabili della notte.

Là, in campagna, sarei stato spettatore del lento disfacimento del mio corpo, avrei percepito lo sfaldamento del tessuto epiteliale, il franare inesorabile delle cellule lungo la pelle, fino a volare giù come polvere impalpabile sul pavimento di rovere. Mi sarei concentrato sul suono dei peli che crescono e sul frastuono dei capelli spezzati o sradicati come alberi nella foresta, sulle cadere delle ciglia che passano davanti ai miei occhi come sottili ombre tremolanti. Avrei trascorso il resto della notte a vegliare, cercando di far sciogliere il gelo del cuore davanti alla stufa, fino a quando la vista dei primi chiarori dell’alba mi avrebbe permesso di piombare finalmente in un sonno profondo.

Il mattino dopo, nella tarda mattinata, avrei potuto versare lo zucchero nel mio caffè osservando il disporsi casuale dei granelli caduti per errore sulla tovaglia e riflettere sulla loro disposizione dalla quale avrei potuto avere prova di alcune delle leggi dell’universo. In ogni gesto che provochi interazione con la materia può essere infatti osservato l’intero universo: una zolletta di zucchero che si sbriciola, il latte che si rovescia sul tavolo, l’acqua che gocciola nel lavandino, la polvere che fluttua in un raggio di luce, in tutto si specchia l’universo intero e se soltanto potessimo comprendere questa piccola sua porzione, se solo potessimo svelarne i segreti, possiederemmo la chiave per accedere ai suoi misteri.

In un caffè

Sento il fragoroso rumore dei capelli che cadono come alberi nella foresta, delle rughe che si aprono la via nella pelle e del lento e inesorabile franare delle cellule di tutto il corpo. Anche se sto fermo c’è qualcosa che si muove. Ho chiesto un caffé e aspetto, non so se alzerò la mano destra per prendere la bustina dello zucchero, oppure se userò la sinistra. Allora resto immobile a osservare la tazzina riempirsi, allineata con altre bianche tazzine lentamente colmate di liquido scuro.