giovedì 20 settembre 2007

Arianna e lo zucchero nel caffè

Non so oggi nemmeno se Arianna sia mai veramente esistita, o se non sia soltanto stata un parto della mia fantasia, una creatura dei miei sogni, o un lungo spiacevole incubo durato anni. Che cosa mi resta oggi di lei? Frammenti di immagini in brevi sequenze, ricordi tattili, oh sì, come era morbida e liscia la sua pelle...

Aveva i capelli neri e gli occhi azzurri. Ma erano proprio azzurri? Nelle fotografie sembrano azzurri, chiari lo erano certamente. Ma sì che erano azzurri, sì, adesso ne sono sicuro. Sì, erano azzurri. Era alta, le gambe lunghe. Portava la quinta di reggiseno. Aveva sempre troppi maschi attorno e questo era un bel guaio e un comprensibile motivo di sofferenza per me.

La sera in cui mi resi perfettamente conto di esser al centro di un cammino che partiva dal nulla di fatto e correva verso un nulla da fare, era approssimativamente – perché i ricordi sono sempre approssimativi – il giorno in cui fu chiaro che tra di noi (forse sarebbe meglio dire tra me e lei) tutto era finito.

Era una sera di primavera, quelle sere nelle quali senti che l’aria sta cambiando, che ancor prima dell’odore sta cambiando il suo sapore, il suo gusto. Nella notte ancora fredda si fa strada una brezza che viene da lontano, carica di aromi noti ma da tempo dimenticati.

Ero sceso dal suo appartamento all’ultimo piano e avevo aperto il portone per uscire nei portici della piazza. Leggero, oh come mi sentivo leggero e con uno strano freddo nel petto, simile a una lama di ghiaccio piantata tra i polmoni. L’alito fresco della primavera in arrivo mi investì in pieno viso.

Non c’era nessuno per le strade, era notte fonda, forse le due del mattino e non avevo nessuno da cui andare, nessuno con cui parlare, niente. Non avevo soldi per fare benzina e andare in campagna nella vecchia casa sulla collina dove avrei potuto ascoltare il ronzio delle mie orecchie e i mille suoni inspiegabili della notte.

Là, in campagna, sarei stato spettatore del lento disfacimento del mio corpo, avrei percepito lo sfaldamento del tessuto epiteliale, il franare inesorabile delle cellule lungo la pelle, fino a volare giù come polvere impalpabile sul pavimento di rovere. Mi sarei concentrato sul suono dei peli che crescono e sul frastuono dei capelli spezzati o sradicati come alberi nella foresta, sulle cadere delle ciglia che passano davanti ai miei occhi come sottili ombre tremolanti. Avrei trascorso il resto della notte a vegliare, cercando di far sciogliere il gelo del cuore davanti alla stufa, fino a quando la vista dei primi chiarori dell’alba mi avrebbe permesso di piombare finalmente in un sonno profondo.

Il mattino dopo, nella tarda mattinata, avrei potuto versare lo zucchero nel mio caffè osservando il disporsi casuale dei granelli caduti per errore sulla tovaglia e riflettere sulla loro disposizione dalla quale avrei potuto avere prova di alcune delle leggi dell’universo. In ogni gesto che provochi interazione con la materia può essere infatti osservato l’intero universo: una zolletta di zucchero che si sbriciola, il latte che si rovescia sul tavolo, l’acqua che gocciola nel lavandino, la polvere che fluttua in un raggio di luce, in tutto si specchia l’universo intero e se soltanto potessimo comprendere questa piccola sua porzione, se solo potessimo svelarne i segreti, possiederemmo la chiave per accedere ai suoi misteri.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Interessante questo ritratto esistenziale di un momento poco felice dela vita di una persona. C'è nel testi qualcosa di vibrante e desolante.